Niente bandiere blu per le città costiere del siracusano, ma il nostro mare resta fra i più balneabili malgrado le guide poco attendibili

A bocca asciutta. Sembra un forte contrasto visto che si sta parlando di acqua, anche se salata.

Quella del mare nostro. E sì perché dalle ultime notizie con titoloni sui giornali anche locali, si evince che quest’anno la Sicilia ha ottenuto solo sei Bandiere Blu e nessun approdo turistico siciliano è stato premiato dalla Foundation for Environmental Education (FEE).

La Sicilia, infatti, quest’anno perde la bandiera blu in un comune, Pozzallo, e ottiene solo sei vessilli, indice di mare pulito, servizi, e cura nell’accoglienza: tre in provincia di Messina (Santa Teresa di Riva, Tusa, Lipari) due in quella di Ragusa (Ispica e Ragusa) e una a Menfi nell’agrigentino.

In base a queste scelte opinabili non è un buon piazzamento per la regione che ha il 22% della costa italiana: maggior numero di km di coste balneabili in Italia (922,9), con 1152 km di costa nella regione madre e 500 km nelle isole minori.

Nessuna, poi, delle nostre città costiere, da Agnone a Portopalo, risulta inserita. Men che meno quelle della zona sud: Avola, Noto e Pachino.

La Provincia di Siracusa non è contemplata.

Lo scorso anno Vendicari risultò inserita tra le 134 spiagge in Italia a misura di bambino e insignita della bandiera verde 2017. Gioielli a misura di bimbi e famiglie nella mappa del mare italiano ‘under 18’.

Anche quest’anno – dice Fee – è stato dato grande rilievo alla gestione del territorio e all’educazione ambientale messe in atto dalle amministrazioni al fine di preservare l’ambiente e promuovere un turismo sostenibile. In tale ottica, alcuni indicatori presi in considerazione sono stati: l’esistenza e il grado di funzionalità degli impianti di depurazione; la percentuale di allacci fognari, la gestione dei rifiuti con particolare riguardo alla riduzione della produzione, alla raccolta differenziata e alla gestione dei rifiuti pericolosi; le iniziative promosse dalle Amministrazioni per una migliore vivibilità nel periodo estivo; la valorizzazione delle aree naturalistiche eventualmente presenti sul territorio; la cura dell’arredo urbano e delle spiagge; la possibilità di accesso al mare per tutti senza limitazioni.

Ma, intanto, non tutti ritengono attendibili questi dati che servono il più delle volte solo ad accreditare a livello pubblicitario alcune località.

A mettere in discussione i criteri di assegnazione delle bandiere blu sono, soprattutto, quelli di Lega Ambiente. I criteri non rendono giustizia della qualità ambientale di un territorio, dice Sebastiano Venneri dell’associazione nazionale.  È come se entrassimo in un ristorante e valutassimo solo la qualità del servizio, le tovaglie e le posate, ma senza valutare la qualità del cibo. E in questo caso il cibo è il mare. Per assegnare le bandiere blu e valutare la qualità delle acque di balneazione, si usano le analisi delle acque del ministero della Salute, fatte dalle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente. «Un parametro», dice Venneri, che non dice nulla sulla qualità ambientale del mare. Non vuol dire che sia rispettata la qualità ambientale solo perché il mare rientra negli standard sanitari.

 Una volta stabilita la balneabilità delle acque, a contare per l’assegnazione delle bandiere blu sono soprattutto i servizi e la gestione delle questioni ambientali da parte delle amministrazioni. Bagnini, accesso per cani e spogliatoi danno da uno a due punti. I livelli di raccolta differenziata possono valere fino a venti punti. Mentre la presenza di componenti biotiche di particolare rilevanza ecologica assegna solo un punto.

E così da anni ci troviamo in testa nella classifica regioni come Liguria e Marche, dove i servizi sono più efficienti ma la qualità ambientale è più degradata. Con forti costruzioni sulla costa e aggressione del paesaggio», dice ancora Venneri. L’Adriatico, per esempio, è un mare asfittico dal punto di vista ambientale, ma il bagno me lo posso fare tranquillamente. Ed è qui, con le spiagge ben fornite di lettini, ombrelloni e cabine che si concentra gran parte delle bandiere blu.

Una consuetudine per i comuni costieri che, mantenendo gli standard richiesti dalla Fee, negli anni si sono garantiti le bandiere blu, ottimo strumento di marketing e promozione turistica. Non senza qualche distorsione. Ad esempio, fino al 2008, la normativa vigente prevedeva che le località che per due anni di fila erano risultate molto pulite potessero dimezzare il numero di campionamenti. Il provvedimento però non veniva riconosciuto dalla Fee, per cui per anni le località più pulite d’Italia sono state escluse dalle bandiere blu. Tanto che ci furono alcuni comuni che si autotassarono per fare le analisi aggiuntive. La consolidata frequentazione ha creato così una geografia delle bandiere blu che si ritrova anche adesso, spiega Venneri, e che esclude ad esempio buona parte della Sardegna.

Per tre anni, fino al 1996, anche Legambiente ha collaborato con la Fee per l’assegnazione delle bandiere blu. Poi si è fatta la sua Guida Blu con il Touring Club italiano. E alla fine anche per le spiagge funziona come con i ristoranti. Guida che vai, giudizio che trovi. C’è chi dà i cappelli, chi le stelle. Chi dà la bandiera blu, chi le vele. A seconda dei punti di vista.

Insomma dati poco attendibili che servono sicuramente per il marketing ma non per la qualità dei lidi e delle nostre coste che necessitano di essere sempre salvaguardate.

 

 

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