Al Teatro comunale di Siracusa “Clitennestra” Voi la mia coscienza Io il vostro Grido

Unica data, per la prima volta in Sicilia, per “Clitennestra, voi la mia coscienza io il vostro Grido“,
per la regia di Alessia Tona, sabato 2 febbraio con inizio alle ore 21.00 al teatro comunale di Siracusa.

E’ un viaggio che inizia dalla drammaturgia dei grandi classici, , fino a trovare una collocazione sovrapponibile ai fatti di cronaca odierni.  Sulla scena, le vicende narrate si impregnano di attualità fino ai risvolti rappresentati nell’epilogo finale.
Clitennestra, una donna vittima della sua stessa prigione interiore, naviga nei meandri del proprio “io” e del proprio tormentato immaginario, rievocando fatti e contraddizioni che manifestano tutta l’esaltazione e la follia della sua stessa vita. E’ lei l’imputata dell’ omicidio del marito: Agamennone. La scena si apre con la deposizione dei fatti di Clitennetra, chiamata a testimoniare davanti alla Corte che ne deciderà l’assoluzione o la condanna. La testimonianza della donna è interrotta da improvvisi flash back provenienti dalle voci di quella sua privata e desolata coscienza che, con ritmo frenetico, continuano ad ossessionarla; voci che prenderanno vita sul palcoscenico attraverso la rappresentazione dei personaggi protagonisti di questa sua amara, folle tragedia, creando così un intreccio esasperato tra simbolismo e realtà, psiche e corpo. L’imputata proverà a ricomporre, attraverso il ricordo, i pezzi del puzzle della stessa sciagura che la vedrà protagonista

 

Note di regia

“Clitennestra. Voi la mia coscienza, io il vostro grido” è il risultato di un azione comune. Il pensiero creativo, l’ideazione e la messa in pratica di uno studio collettivo basato principalmente su un lavoro di improvvisazioni fisiche guidate attraverso la musica e la nascita di gestualità puramente organica, non costruita.
Ci vogliono gesti di coraggio nel porsi domande come: perché si agisce? Come fare? Come procedere? In questa forma di ricerca, mentale e fisica, si sono trovate le risposte, i punti di partenza di un lavoro che ha affrontato come primo problema lo studio del testo senza omissioni.
L’ambiente, sempre in continua mutazione, è stato il secondo passaggio da integrare per lavorare su un unico piano spaziale e sequenziale che porta alla luce momenti e luoghi distanti cronologicamente cercando di mantenere vivo il punto focale: i ricordi che prendono vita. Unire il contemporaneo con il passato è stato il passo più semplice grazie a quell’esercizio di stile che è la vita stessa: la storia che si ripete anche se rielaborata.
Clitennestra ripropone attraverso un linguaggio più contemporaneo vicende che oggi ci appaiono come quotidiane e alle quali non diamo il valore realmente drammatico che incarnano. Partendo da un fatto di cronaca nera, forse il primo che ha suscitato un valore mediatico più alto, lo studio mette in evidenza lo sfruttamento del dramma come passaggio televisivo e non come spunto di riflessione umana, si è sentito il bisogno di raccontare qualcosa che va al di là dell’azione teatrale: una vicenda agita per distruggere quella vista appannata da uno schermo televisivo per riportare alla luce, senza filtri, immagini chiare non lontane ma crudelmente troppo vicine.
Clitennestra ha il bisogno di riportare in vita i fantasmi della sua mente, i fatti che l’hanno resa un mostro a dimostrazione della fragilità della donna e della forza della bestia. Sente il bisogno di scandire i tempi dei suoi ricordi, non per estirpare da sé il senso di colpa ma spiegando nel dettaglio la genesi del dramma personale. La manipolazione di una materia plastica è il cardine di tutto. Si è partiti da un’immagine, quella di un corpo ricoperto da un telo. Immagine a cui tutti siamo oramai abituati. Questo involucro diventa la nostra scenografia, il nostro ambiente sonoro e realmente plastico, funge da elemento naturale e innaturale, da sacro a profano, passa dal respiro alla sua assenza. La parola stessa rievoca trame del passato, esibendo l’animale umano, eliminando il divino evocato solo nella disperazione, lasciando alle mani dell’uomo il potere decisionale.