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Pirandello in scena tra danza e parola: “L’altro figlio” al Teatro Massimo

Pirandello in scena tra danza e parola: “L’altro figlio” al Teatro Massimo

A Siracusa la pièce di Pirandello “l’altro figlio” tra teatro e danza diretta da Orazio Torrisi: emozione e dramma tra recitazione e coreografie

Domani 21 e domenica 22 marzo andrà in scena al Teatro Massimo di Siracusa la piéce di teatro-danza con la regia di Orazio Torrisi e le coreografie di Silvana Lo Giudice riprese da Giorgia Torrisi Lo Giudice. In scena Gianmarco Arcadipane, Evelyn Famà, Giovanna Mangiù, Santo Santonocito e il corpo di ballo della Compagnia Città Teatro Danza Un esempio di perfetta interazione tra danza e recitazione in cui momenti recitati e danzati, insieme, esprimono il pathos e la sofferenza della protagonista.

Domani alle ore 20 e domenica alle ore 18, al Teatro Massimo di Siracusa andrà in scena lo spettacolo di teatro danza L’altro figlio, ispirato all’omonima novella di Luigi Pirandello. La pièce, con la regia di Orazio Torrisi e le coreografie di Silvana Lo Giudice riprese da Giorgia Torrisi Lo Giudice, vede in scena gli attori Gianmarco Arcadipane, Evelyn Famà, Giovanna Mangiù, Santo Santonocito e il corpo di ballo della Compagnia Città Teatro Danza.

Traendolo dalla novella omonima, scritta e pubblicata nel 1905, Pirandello scrisse questo atto unico nel 1923, anno in cui fu data anche la prima rappresentazione al Teatro Nazionale di Roma.

L’altro figlio rappresenta un caso un po’ a sé nell’evoluzione della drammaturgia pirandelliana e risente in modo diretto dell’impianto novellistico, dove l’influsso verista è estremamente evidente: la madre – che rifiuta il figlio naturale a seguito di uno stupro – è un personaggio vicino a molte protagoniste della produzione verghiana e l’ambiente tende a identificarsi in modo chiaro e preciso con quello di un paese siciliano.

È tuttavia presente un elemento che apparenta L’altro figlio al maggiore teatro pirandelliano: l’incapacità della protagonista a riconciliarsi con la realtà. I figli che l’hanno abbandonata e non si curano di lei, sono i figli “veri”, mentre quello presente, che vorrebbe curarla e accudirla, è “falso”. La fuga dalla realtà, allora, si traduce in un dramma senza soluzione.

Elementi utilissimi, a nostro avviso, per pensare ad uno spettacolo di teatro – danza dove, attorno alle storie dei tre personaggi principali, stimolati dall’analista Pirandello/Medico – autentico Hinkfuss manovratore di tutte le azioni – si muovono i ballerini che con il loro linguaggio corporeo tendono a sottolineare le sensazioni più viscerali e le emozioni più interiorizzate insite nella pagina scritta e rese con strumenti diversi dal linguaggio verbale degli attori.

Il tutto sotto il volo solenne di un corvo nero, da sempre segno di malaugurio e di tragedia, ma in questo caso simbolo della poesia che tocca l’animo, così come ci è capitato leggendo alcune pagine della novella pirandelliana, con la non tanto recondita aspirazione di farlo volare anche sugli spettatori.

Lo spettacolo rappresenta un esempio riuscito di integrazione tra parola e movimento: momenti recitati e sequenze danzate si intrecciano per restituire il dramma interiore della protagonista, amplificando pathos e sofferenza. La narrazione si sviluppa attraverso una doppia chiave espressiva, dove la fisicità dei danzatori dà voce alle emozioni più profonde, andando oltre il linguaggio verbale.

Il testo trae origine dalla novella scritta da Pirandello nel 1905 e successivamente adattata in atto unico nel 1923, anno della sua prima rappresentazione al Teatro Nazionale di Roma. “L’altro figlio” occupa un posto particolare nella produzione dell’autore, mantenendo un forte legame con l’impianto verista: la figura della madre, segnata da una violenza subita e incapace di accettare il figlio nato da quell’evento, richiama infatti le grandi protagoniste della narrativa siciliana di fine Ottocento.

Al centro della vicenda emerge uno dei temi più cari a Pirandello: il conflitto tra realtà e percezione. La protagonista rifiuta il figlio che le è accanto, pronto a prendersi cura di lei, riconoscendo invece come “veri” quelli che l’hanno abbandonata. Una frattura insanabile che conduce a un dramma senza possibilità di riscatto.

Su questa struttura narrativa si innesta l’idea registica di costruire uno spettacolo di teatro-danza, in cui i personaggi si muovono in un universo emotivo amplificato. A guidare idealmente le azioni è la figura di Pirandello stesso, quasi un analista, un “manovratore” delle vicende umane, mentre i ballerini traducono in gesto le tensioni interiori e le pulsioni più intime.

A completare l’impianto simbolico, la presenza evocativa di un corvo nero: immagine tradizionalmente legata al presagio e alla tragedia, qui reinterpretata come metafora della poesia e della profondità emotiva che attraversa l’opera, con l’intento di coinvolgere e suggestionare anche lo spettatore.

Uno spettacolo che si preannuncia intenso e coinvolgente, capace di rileggere Pirandello attraverso un linguaggio scenico contemporaneo, dove corpo e parola si fondono in un’unica esperienza teatrale.

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