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Avola si interroga sul suo futuro neofascista: una via a Sergio Ramelli

L’editorale di SEBI ROCCARO 

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Avola si interroga sul suo futuro neofascista: una via a Sergio Ramelli

Una via per un simbolo neofascista: la città in silenzio, i social parlano… ma senza metterci la faccia

Si assiste ad una valanga di messaggi in nome della libertà ma senza metterci la faccia. Messaggio, come questo,  che vengono comandati a bacchetta o su ordinazione come se gli avolesi fossimo tutti “pecoroni”.

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SENZA METTERCI LA FACCIA IL PROFILO SOPRA HA INVASO LETTERALMENTE LA PAGINA SOCIAL DI CANALE 8 DI MESSAGGI A FAVORE DELLE SCELTE DELL’AMMINISTRAZIONE, COME SE GLI AVOLESI FOSSERO TUTTI CRETINI E NON CAPISSERO CHE SONO FATTI AD ARTE (COME I CUORICINI ACQUISTATI IN CINA) 

Mentre la parola “libertà” viene svuotata di significato e usata come scudo da chi si nasconde, nella vita reale accade qualcosa di ben più grave: passa, in silenzio, in consiglio comunale la “mozione Sergio Ramelli” per intitolare una via ad un giovane, che se pur ucciso brutalmente, è diventato per l’estrema destra un simbolo del neofascismo. La città non reagisce, la politica tace, e l’informazione pure.

La mozione Ramelli e l’ombra lunga della storia

L’intitolazione di una via non è mai un atto neutro. È una scelta culturale, politica, simbolica. Farlo per una figura legata all’ideologia neofascista significa legittimare una certa rilettura della storia, che tenta di ripulire o addirittura glorificare pagine buie del nostro passato. La mozione Sergio Ramelli è stata approvata con sorprendente facilità, da una maggioranza bulgara e senza clamore né scontri pubblici. Ma non è passata inosservata agli occhi di chi ancora crede che la memoria storica sia un dovere civico. Tanti cittadini hanno commentato questa scelta, alcuni sotto “profili falsi” e a favore delle scelte dell’amministratore, non tenendo conto neppure della storia degli avolesi, dei “Fatti di Avola”, ad esempio, a cui la nostra storia è legata da un forte sentimento di riconoscenza e di indignazione per i diritti negati.

Profili anonimi e libertà a buon mercato

Nel frattempo, sui social, fioccano commenti da parte di profili anonimi inneggianti alla libertà, senza però mai metterci la faccia. Chi è l’autore? Sono gli stessi che oggi difendono l’operato dell’amministrazione sulla mozione Ramelli, come ieri lo facevano con i “cuoricini” orchestrati attorno a Cannata? Una strategia comunicativa che alimenta consenso virtuale ma svuota il dibattito di autenticità e responsabilità.

Davvero assurdo. In un momento storico in cui si dovrebbe pretendere trasparenza e partecipazione, si assiste invece a una regressione: la legittimazione di un certo tipo di ideologia avviene senza confronto pubblico, con il supporto di voci senza volto e senza nome.

Il “sequestro” del Consiglio comunale

A rendere il quadro ancora più inquietante, le accuse mosse ai fratelli Luca e Rossana Cannata, da Manuela D’Agata di protagonisti in aula durante la discussione della mozione. Secondo la D’Agata e diversi osservatori, i due avrebbero letteralmente “sequestrato” il Consiglio comunale, monopolizzando l’intervento per oltre 40 minuti complessivi: prima Luca Cannata, poi la sorella Rossana. Un intervento fiume che ha lasciato poco o nessuno spazio al dibattito democratico, trasformando l’aula consiliare in un palcoscenico a senso unico. Il tutto condito da versioni raccontate dalla sindaca che nulla hanno a che vedere con la “verità”.

Giovanni Rametta, consigliere indipendente, dipinto quasi come carnefice dopo, invece,  essere stato “bullizzato” sui social con frasi indicibili e con scuse che, fino a prova contraria, sono arrivate dall’assessore Tanasi, solo ieri in consiglio comunale. Ma da quello che abbiamo sentito e capito, per la sindaca Rossana Cannata il bullismo sui social non è grave come quello “reale”? (Vedi l’aggressione alle due ragazze a cui la stessa sindaca ha dedicato una manifestazione pubblica). Due pesi e due misure quindi? Se il bullismo viene consumato su un “nemico” dell’amministrazione va bene?

Un metodo che solleva più di un dubbio sulla gestione del confronto politico e sul rispetto delle regole basilari del dibattito pubblico.

La città ammutolita e il silenzio delle redazioni giornalistiche

Ci si chiede: perché di questa vicenda non ne parla nessuno?
Nessuna testata locale, nessun giornale regionale ha dedicato spazio a questa scelta. Nessun approfondimento, nessuna presa di posizione. Cosa si cela sotto questo silenzio? È solo distrazione? È paura? O c’è una volontà precisa di non disturbare un equilibrio politico sempre più spostato a destra?

In un contesto del genere, anche l’indifferenza diventa complice. Ed è inquietante vedere una città con un passato resistente così importante lasciare che una decisione del genere venga presa senza opposizione, senza voce, senza nemmeno una domanda.

E ora?

Intitolare una via a un simbolo del neofascismo non è solo una provocazione: è un atto concreto, irreversibile, che riscrive la toponomastica e – con essa – la narrazione di ciò che merita di essere ricordato. È un messaggio lanciato ai giovani, che crescono in un presente in cui i valori costituzionali sembrano non essere più una bussola, ma un optional.

Chi dissente deve farlo ad alta voce. Perché la libertà vera non ha paura di mostrarsi, di firmarsi, di discutere. E soprattutto non ha bisogno di nascondersi dietro l’anonimato per affermarsi.


La domanda oggi non è solo cosa sia successo. Ma perché nessuno ha avuto il coraggio di raccontarlo.

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